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Il Museo MACC osserverà i seguenti orari
Dal mercoledì al sabato dalle ore 17:00 alle ore 20:00
Domenica dalle ore 10:00 alle ore 13:00
Lunedi e martedì e domenica sera chiuso

LIGHT AND FIGHT – Luce e lotta nelle opere di Zehra Dogan

Mostra presentata da Efisio Carbone e curata da Valentina Lixi

Dal 12 luglio al 30 settembre 2025 la Fondazione MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta presenta Light and fight – Luce e lotta nelle opere di Zehra Doğan, prima mostra personale in un’istituzione sarda dell’artista, giornalista e attivista curda, una delle voci più potenti dell’arte contemporanea internazionale. Con il suo lavoro, Doğan ha trasformato la prigione in laboratorio di memoria, la clandestinità in spazio di espressione, la vulnerabilità in linguaggio politico e poetico.

La mostra – presentata da Efisio Carbone, Direttore Onorario della Fondazione MACC, e curata dalla Vice Direttrice Valentina Lixi – nasce dalla sinergia con la Prometeo Gallery di Milano, da sempre impegnata a dare voce agli sguardi radicali e necessari del nostro tempo, ed è realizzata grazie al sostegno della Fondazione di Sardegna.

 

Light and fight è il racconto di una resistenza che si esprime attraverso immagini, parole e segni che non arretrano davanti alla violenza e alla repressione. Calasetta accoglie la voce inconfondibile di Doğan in un atto di alleanza tra un’isola di confine, sospesa tra Africa, Mediterraneo ed Europa, e una donna che da sempre vive ai margini dei confini imposti: geografici, politici, identitari, di genere.

Condannata per aver condiviso sui social disegni che documentavano la devastazione di Nusaybin durante il coprifuoco e le operazioni militari nel distretto di Mardin, Zehra Doğan ha saputo trasformare la privazione in potenza creativa e la censura in strumento di testimonianza. La reclusione e la clandestinità non hanno mai spento la sua voce: al contrario, sono diventate il luogo e il tempo in cui l’urgenza espressiva si è fatta ancora più necessaria, più radicale.

 

In mostra, dipinti, installazioni, fotografie e video raccontano questa forza, opere nate dall’uso sovversivo e poetico di materiali improvvisati e di fortuna: lenzuola, asciugamani, federe, carta di giornale, caffè, tè, buccia di melograno, cenere di sigaretta, sangue mestruale, capelli, piume. Ogni frammento, ogni traccia raccolta tra le mura della cella o nel cortile del carcere, veniva trasformato in linguaggio: un linguaggio capace di sfidare il silenzio imposto, di restituire dignità al vissuto delle detenute, di tramandare un racconto che altrimenti sarebbe stato cancellato.

Questi elementi, spesso raccolti grazie alla complicità e alla solidarietà delle compagne di prigionia, diventavano strumenti di una resistenza collettiva, veicolo di un messaggio che si faceva comunitario pur nella costrizione individuale. Le opere, create nella clandestinità di un gesto nascosto, venivano celate sotto i letti, tra le pieghe dei vestiti, nei panni sporchi destinati all’esterno, per sfuggire ai controlli e raggiungere il mondo libero. Ognuna di esse racchiude la memoria di un atto coraggioso e solidale, e testimonia come l’arte possa diventare strumento di lotta e memoria anche nei luoghi più bui della storia.

Presentare il lavoro di Zehra Doğan significa avvicinarsi a un percorso segnato da esperienze personali che, attraverso la sua voce, assumono un valore collettivo e universale. In questo dialogo tra biografia e storia, tra gesto individuale e responsabilità condivisa, l’opera di Doğan invita a cogliere le connessioni tra luoghi, esperienze e istanze comuni.

 

LABORATORIO MEDITERRANEO: LA RESIDENZA DI ZEHRA DOGAN A CALASETTA

Alla base dell’invito da parte della Fondazione MACC a Zehra Dogan di trascorrere un periodo di residenze a Calasetta c’è l’idea di contaminare arte contemporanea e tradizione tessile sarda, dando vita a un dialogo tra l’opera dell’artista curda e le antiche maestrie artigiane dell’isola. Il progetto nasce dal desiderio di valorizzare il patrimonio dell’artigianato locale trasformando i tappeti tradizionali in opere d’arte che raccontano storie di culture, resistenze e comunità attraverso il gesto pittorico di una delle voci più intense dell’arte internazionale.

Durante la residenza artistica — parte del programma Laboratorio Mediterraneo — avviata il 1° luglio, Zehra Doğan realizzerà nuove opere utilizzando i manufatti tessili come supporti narrativi.

Tre eccellenze dell’artigianato sardo hanno reso possibile il progetto con la generosa donazione dei loro tappeti: la Cooperativa Su Trobasciu di Mogoro, Mariantonia Urru di Samugheo e S’Iscaccu di Anna Deriu di Bolotana. Un gesto che unisce condivisione culturale, celebrazione delle tradizioni locali e sostegno alla libertà di espressione artistica.

Ogni tappeto diventa così un corpo narrativo, un testimone della memoria e della maestria artigiana, arricchito dal segno creativo dell’artista e trasformato in un’opera unica. I manufatti, frutto di saperi antichi, si fanno veicolo di un racconto che partirà dalla Sardegna per approdare nei musei e nei centri d’arte contemporanea di tutto il mondo, inserendosi in un circuito internazionale che darà nuova vita e visibilità alla tradizione tessile sarda.

Nei lavori di Zehra Doğan il tessuto non è mai un semplice supporto: è superficie viva, pagina da scrivere e da ascoltare, spazio in cui si intrecciano memorie collettive e visioni personali. Con questo progetto, il tappeto sardo si fa parte attiva di un’opera che unisce territori e storie, portando con sé il segno della terra che lo ha generato, il sapere delle mani che lo hanno intrecciato e la voce dell’artista che lo trasforma.

ZEHRA DOĞAN

Zehra Doğan (nata nel 1989 a Diyarbakır, Turchia) è un’artista visiva, giornalista e attivista curda. La sua pratica unisce arte, giornalismo e atti di resistenza, affrontando i temi dell’incarcerazione, della censura, della memoria e della condizione femminile nelle zone di conflitto. Co-fondatrice dell’agenzia di stampa femminile JINHA, è stata incarcerata in Turchia nel 2016 per i suoi disegni e reportage giornalistici realizzati durante l’assedio di Nusaybin, nella regione curda.

Durante la prigionia ha continuato a creare, trasformando la reclusione in una forma radicale di arte testimoniale. Ha utilizzato materiali di fortuna — sangue mestruale, caffè, capelli, ceneri — per dar vita a opere che sfidano la censura e raccontano la condizione delle donne nelle carceri. Dopo il rilascio nel 2019, ha scelto l’esilio volontario e oggi vive e lavora a Berlino.

Le sue opere, che spaziano tra disegni, installazioni, video, performance e graphic novel, sono state esposte in importanti istituzioni internazionali, tra cui la Tate Modern (Londra), il PAC (Milano), il MUCEM (Marsiglia), il Drawing Center (New York), la Biennale di Berlino, il Museo di Santa Giulia (Brescia), il FRAC Lorraine (Metz) e l’Opéra de Rennes. È rappresentata dalla Prometeo Gallery di Ida Pisani.

Nel 2021 ha pubblicato il romanzo grafico Prison N°5, acclamato dalla critica e premiato con il Prix Le Soir agli Atomium Awards. Nello stesso anno ha ricevuto il Premio Carol Rama ad Artissima ed è stata inserita nella Power 100 di ArtReview per la forza poetica e politica della sua opera.

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